Comunismo latino a Bucarest

Quando a mostrarti una città ci pensa la gente del posto, ti dimentichi delle mappe e ti lasci guidare dai ricordi di chi ti accompagna. E così a Bucarest ho girato per tre giorni senza avere idea di quali fossero le mie coordinate, e scarrozzata quasi sempre nella vettura di famiglia della mia amica Ani, che ha avuto la pazienza di aspettare più di 9 anni che mi decidessi a farle visita nella sua patria.

La prima cosa che noto mentre l’aereo atterra è che sta nevicando, e non mi era mai capitato di atterrare di sera con la neve. Dal finestrino fa un effetto strano, coi fiocchi che sembrano i puntini bianchi su sfondo nero delle trasmissioni tv interrotte. Ma mi informano subito che sono fortunata, perché per i giorni seguenti le previsioni sono ottime e farà molto più caldo del solito in questo periodo. Tutto vero, ma non basta certo a farmi abbandonare il look da rifugio antiatomico che consiste in sciarpa, cappello, guanti, cappotto, mantella sopra il cappotto e doposci. Anche se la mia autostima si incrina un po’ quando vedo Ani in gonna di jeans e calze leggere…

Ben presto capisco di avere un problema: i miei viaggi nell’Europa dell’Est mi portano ad individuare prima di tutto i punti di contatto con i Paesi del blocco sovietico, ma, se provi a menzionare somiglianze con le città comuniste, a Bucarest si offendono. Loro si sentono davvero latini. E hanno pure ragione. La loro lingua e la nostra sono sorelle, e, dopo un po’ che ti sintonizzi sulle frequenze locali, riesci anche ad afferrare qualcosa (personalmente, riuscivo a capire più ascoltando che leggendo, ma potrebbe non essere così per tutti). La storia ha creato connessioni innegabili nelle nostre tradizioni. Tutto questo, razionalmente, lo so bene. Però, cosa volete che vi dica: per me Bucarest è una città sovietica. Prima di tutto nei colori: il 90% degli edifici è grigio, anche quelli costruiti a fine Ottocento, così come l’università e diversi teatri e musei. E poi nelle dimensioni: viali enormi, strade lunghissime. E poi c’è lui: il Palazzo del Parlamento. Il secondo edificio più grande al mondo, dopo il Pentagono (anche la passione per i record mi fa inevitabilmente pensare agli anni sovietici. Ma probabilmente è un’ossessione mia).

Il Palazzo del Parlamento (o, con il suo allegro nickname comunista, Casa del Popolo) è il risultato del delirio di onnipotenza di Ceauşescu, che lo fece costruire con l’intenzione di accentrare in un’unica sede tutte le istituzioni nazionali. Quindi non è mai stato concepito come residenza presidenziale, e per questo non ci sono camere da letto. C’è invece una quantità impressionante di sale per conferenze, riunioni, meeting internazionali, concerti. Si può partecipare a una visita guidata, ed è davvero interessante. La nostra guida era un ragazzotto piuttosto simpatico, che ci ha mostrato alcune sale, la terrazza panoramica e il piano interrato. Curiosità apprese durante la visita:
– quando scoppiò la rivoluzione, il Palazzo non era ancora terminato, ma fu fatta comunque una stima del suo valore allo stato attuale, perché un miliardario americano era interessato ad acquistarlo per farne un hotel. Il tipo si chiamava Donald Trump;
– nel Palazzo c’è un teatro, che può ospitare centinaia di persone ma che non venne mai usato come tale, per il semplice motivo che si dimenticarono di costruirci le quinte. Così è stato riadattato a sala conferenze;
– il Palazzo è così enorme che sarebbe impensabile riscaldarlo interamente. Così le uniche sale riscaldate sono quelle del percorso turistico e quelle utilizzate dai parlamentari;
– ti portano fin davanti alle porte del Senato, ma poi ti dicono che, per motivi di sicurezza, non possono mostrarti la sala…

Il lampadario "più grande del mondo"
Il lampadario “più grande del mondo”

LUI
LUI

In generale, vale davvero la pena visitare il Palazzo. E poi, durante l’attesa che precede la visita, si capisce chiaramente cos’altro abbiamo in comune con i rumeni: l’incapacità di stare in fila. Bello trovare un po’ di casa all’estero.

Abbiamo visitato anche il Museo del Villaggio, dove a partire dagli anni ’30 del XX secolo sono state trasferite abitazioni in legno tipiche delle varie regioni della Romania, che danno un’idea di come si vivesse fuori Bucarest. Le spiegazioni sono piuttosto esaustive, ed anche in inglese. Purtroppo d’inverno ti permettono di vedere le casette solo dall’esterno, mentre d’estate è possibile entrare e osservare anche i diversi arredi.

Un’altra tappa è stata il Museo Nazionale d’Arte Rumena. Anche questo, devo dire, davvero interessante. Mi è piaciuta particolarmente la sezione dedicata al XX secolo, soprattutto l’arte cubista e le sculture delle chimere. Anche qui spiegazioni in inglese e prezzo irrisorio.

Come ho detto, ho avuto la fortuna di essere ospitata dalla famiglia della mia amica. Il che significa che ho passato la maggior parte del tempo a mangiare come se non ci fosse un domani. Non è sicuramente una cucina per vegani, ma se vi piacciono i salumi, i formaggi, la carne cucinata in mille modi diversi, allora siete nel posto giusto. Anche i vini rossi non sono male.

Poter parlare con la gente del posto significa anche ascoltare un punto di vista interno su questioni difficili da approfondire da casa. Ricordo che, quando ho visitato l’Ungheria, mi aveva colpito una frase della guida di Budapest che aveva definito il loro un “happy communism”, perché dopo la rivoluzione del 1956, a partire dagli anni ’60, il controllo centrale si era andato allentando, lasciando spazio ad una quotidianità meno angosciosa. Ecco, parlando con la famiglia della mia amica, ho capito che in Romania di tutto si può parlare tranne che di “happy communism”: la mamma mi ha raccontato dell’ansia di non riuscire a trovare del latte per le figlie piccole; il padre è ancora ossessionato dal ricordo delle nottate passate in fila in attesa della benzina. Sono molti i ricordi che hanno condiviso con me nei tre giorni che ho passato a Bucarest. Storie del loro Paese e della loro famiglia. Mi hanno portata a passeggiare nel parco dove giocavano da piccole le bambine, e dove tornano ancora tutti insieme ogni anno il 1 gennaio. Mi hanno raccontato con orgoglio che la loro Bucarest viene chiamata “La petite Paris”, per lo stile architettonico scelto per i palazzi aristocratici (c’è persino un arco di trionfo, anche se del XX secolo).

La petite Paris
La petite Paris

Resta il piacere di un viaggio breve ma intenso, e di una città e di un popolo a cui vale la pena dare una possibilità di stupirci.

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